Il giovane Holden

Holden Caulfield è un ragazzo di sedici anni, stranamente dai capelli grigi. Racconta la sua storia in prima persona e ci avverte subito: non dirà niente sulla sua vita precedente, non perderà tempo con un racconto biografico, piuttosto racconterà delle cose assurde che gli sono capitate intorno all’ultimo Natale trascorso.
La storia si svolge negli anni Cinquanta e copre il racconto di un solo fine settimana. Holden studia al College di Pencey e ha sostenuto pochissimi esami e da lì è stato cacciato. Il che non rappresenta certo una novità per lui, giacché è stato espulso da altre scuole in passato.

Holden Caulfield è un eroe di carta, sogna di far finta di essere sordomuto (”così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote e senza sugo”); di fuggire da New York; e di costruirsi una casetta “vicina ai boschi, ma non proprio nei boschi”, in modo tale che fosse “in pieno sole tutto il tempo”.
La trama è tutta qui. Poca roba.Se non fosse per quella voce narrante, spiccia e senza fronzoli, che è la cifra distintiva e la forza di tutto l’impianto. Come lo sono i suoi pensieri (di terza fila, direbbe un giovane Baricco, laureato alla scuola di
“Totem”) e il suo umore rabbioso. Perché è arrabbiato Holden? Ciascuno di noi ci ha trovato la propria di rabbia e lo ha fatto suo, familiarizzando con quel suo modo difettoso di esprimersi, infarcito – nella formidabile, indimenticata versione italiana di Adriana Motti – di “e tutto quanto”, “e compagnia bella”, “e quel che segue” a tradurre sempre e soltanto l’espressione “and all”. Per chi lo ha letto, roba da “lasciarti secco”.

Il finale: irriverente, provocatorio, geniale.
“E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti”.

Loris Gemelli

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