Io me ne vado ma voi siate buoni

E’ forse tra le poetesse del primo novecento che più mi tocca e commuove. Un’esile, delicata, fragile ragazzina milanese di buona famiglia, accompagnata agli studi classici, poi filosofici per approdare alla poesia, passando attraverso la fotografia. Fin qui niente di diverso rispetto a tante come lei, se non fosse che muore suicida a 26 anni.
E’ la mattina del 2 dicembre 1938, va regolarmente a scuola, i suoi allievi la scorgono però piangere sommessamente. Verso le 11 accusa un malore, li saluta sollecitandoli a «essere buoni» e si dirige a Chiaravalle, nella periferia milanese, mèta di comuni gite in bicicletta e di pomeriggi di studio. Si sdraia in un prato, e, assunta una dose massiccia di barbiturici, si lascia morire. Un contadino la scorge e dà l’allarme; viene portata al Policlinico ma, ormai agonizzante, è ricondotta a casa la sera del 3 dicembre. 
Muore quella stessa sera. Lascia tre messaggi: uno, brevissimo, per l’amico Sereni, un altro per Dino Formaggio; l’ultimo per i genitori: «ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. […] Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite. […] Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia».

Con ludica dolente malinconia scrive ancora questo:


Tu lo vedi, sorella:
io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d’un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno
l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo
spiraglio dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo,l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,dietro la porta
per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,il silenzio.
E poi,con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà– tu lo sai –la pace.


Non era bella Antonia Pozzi. E non era felice. Uno scricciolo biondo fatto di pelle e ossa.

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